ECOPIA

KEYNOTE SPEAKER

Marcela Ibarra Mateos

Universidad Iberoamericana Puebla

Tema della sessione: Economies for Life: Collective Territorial Experiences Facing the Global Crisis

Ricercatrice indipendente con un dottorato in Studi Scientifici Sociali conseguito presso l’Instituto Tecnológico de Estudios Superiores de Occidente (ITESO). Da oltre 25 anni insegna in corsi universitari e postuniversitari presso la Universidad Iberoamericana Puebla, occupandosi di progettazione, metodologie della ricerca, strumenti partecipativi, movimenti sociali, migrazioni ed economia sociale e solidale. Attualmente insegna nei programmi di dottorato in Habitat e Ambiente, nel Master in Gestione dell’Economia Sociale e nel Master in Comunicazione e Cambiamento Sociale.

Ha collaborato con comunità rurali e popolazioni migranti negli Stati Uniti ed è stata direttrice del Laboratorio di Innovazione Sociale ed Economica (LAINES) presso Ibero Puebla dal 2020 al 2024. Ha inoltre coordinato il Master in Comunicazione e Cambiamento Sociale e ha fondato il Programma di Studi sulle Migrazioni nel 2001.

Le sue ricerche più recenti comprendono progetti sulle donne migranti attive in cooperative di piattaforma nel settore delle pulizie a New York e sulle reti alimentari nell’area metropolitana Puebla-Tlaxcala. Ha collaborato con organizzazioni come PRONACES-CONAHCYT, Oxfam e Lehmann College, e fa parte di reti regionali e globali per l’economia sociale e solidale. Coautrice di Reactivación desde Abajo. La pandemia y la Sociedad civil en América Latina (2022), il suo lavoro si concentra sulle comunità vulnerabili, promuovendo il lavoro dignitoso, la sovranità alimentare e la giustizia sociale.

Economie per la vita: esperienze collettive territoriali di fronte alla crisi globale

Nel contesto di una crisi globale che incide direttamente sulle condizioni materiali della vita — cibo, acqua, salute e cura — questa lecture interpreta il momento attuale come una crisi della riproduzione della vita, profondamente legata alle dinamiche del capitalismo contemporaneo.

La presentazione si concentra su esperienze collettive che emergono dai territori locali, dove comunità organizzate stanno costruendo alternative concrete attraverso pratiche di economia sociale e solidale, sovranità alimentare, cooperativismo e reti di produzione, consumo e cura. Queste iniziative mostrano che è possibile riconfigurare l’economia attorno ai principi di solidarietà, reciprocità e azione collettiva.

La conferenza mette inoltre in evidenza l’importanza di mettere in relazione attori diversi — famiglie, comunità, organizzazioni, istituzioni e università — come base per sostenere e ampliare questi processi trasformativi. In ultima analisi, invita a riflettere su queste esperienze non solo come risposte alle crisi, ma come percorsi verso futuri comuni più giusti, equi e sostenibili.

Jeroen F. Warner

Wageningen University (NL)

Tema della sessione: Ecosystem Management for a Sustainable Future

Membro fondatore del London Water Research Group, Jeroen insegna, svolge attività di formazione e pubblica sui temi dei conflitti idrici domestici e transfrontalieri, della gestione partecipativa delle risorse e della governance dell’acqua.

Ha conseguito il dottorato in Disaster Studies presso la Wageningen University, nei Paesi Bassi, nel 2008, dove attualmente è Senior Associate Professor. Formato come politologo, i suoi principali interessi di ricerca nell’ambito della gestione dei disastri riguardano la resilienza sociale e la partecipazione, la politica della riduzione del rischio di catastrofi nelle città e nei delta, e le culture del disastro. Su quest’ultimo tema, Jeroen ha coordinato l’azione europea di coordinamento e supporto Horizon 2020 EDUCEN, dedicata a città, culture e catastrofi, e attualmente co-dirige il progetto olandese-indiano LODESTAR sui sistemi di allerta precoce.

È autore ed editor estremamente prolifico, con 10 libri e oltre 100 articoli scientifici all’attivo, tra cui la coautorialità dell’articolo dell’anno 2012 della rivista Water International. È Editor-in-Chief dell’International Journal of Water Governance, associate editor di Regions and Cohesion e di Natural Hazards, ed è inoltre editor di International Journal of Water Resources Development, World Water Policy, Regions and Cohesion e Ambiente e Sociedade.

Jeroen ha ottenuto una borsa CAPES come Special Visiting Professor presso la University of Sao Paulo, in Brasile (2015-2017), è adjunct professor presso la European University of Cyprus, a Nicosia, dal dicembre 2024, e quest’anno inizierà un incarico come adjunct professor presso la Chulalongkorn University, a Bangkok.

Fare spazio al fiume: teoria e pratica

In risposta a eventi alluvionali “traumatici”, dalla fine degli anni Novanta il ripristino dei fiumi e la rinaturalizzazione degli spazi peri-urbani e costieri si sono affermati come un modo per valorizzare le dinamiche naturali, aumentare la capacità di accumulo e ripristinare i valori naturali, la biodiversità e la qualità dell’acqua. La riqualificazione fluviale ha talvolta svolto un lavoro notevole dal punto di vista tecnico, ma, di conseguenza, l’acqua entra nella vita quotidiana, nei giardini e negli spazi delle attività economiche dei cittadini in modi per i quali non sempre si è preparati. Pur dichiarandosi integrativo, l’approccio del “Making Space” ha teso a essere settoriale e, pur presentandosi come partecipativo, i progetti sono stati guidati dagli esperti, con particolari visioni della natura e dei futuri del paesaggio, della gestione del rischio di alluvione e delle priorità regionali, strettamente legate a metodi di ingegneria verde che possono far apparire piuttosto simbolico il “lavorare con la natura”.

Adottando una prospettiva idro-sociale, il keynote esamina una svolta più “morbida” — in linea con gli approcci del Building with Nature e della gestione adattiva dei delta — nei delta fluviali fortemente ingegnerizzati dei Paesi Bassi, del Regno Unito e dell’Italia, considerando il possibile passaggio del Delta del Po da un approccio prevalentemente rigido, basato su alti argini, pompaggio continuo e regimazione del fiume, a una restituzione di parte del territorio al mare. La sfida consiste nell’individuare modalità tecnicamente credibili, socialmente eque e finanziariamente solide di “fare spazio”, che coinvolgano gli stakeholder locali come partner attivi nella definizione del futuro delle aree deltizie.

Shigeru Satoh

Waseda University (JP)

Tema della sessione: Facing Crises for Liveable Cities & Resilient Territories

Il Prof. Satoh (BSc, MA Eng., PhD) è Professore Emerito della Waseda University, membro del consiglio dell’ISUF, già Direttore del Research Institute of Urban and Regional Study ed ex Presidente dell’Architectural Institute of Japan. È stato una figura di primo piano nel movimento giapponese del machizukuri (un approccio complessivo, basato sulla comunità, al miglioramento dell’ambiente costruito), sia sul piano teorico sia nella pratica concreta. Le sue idee fondamentali in materia di progettazione e pianificazione urbana affondano le radici nel potenziale locale e nel contesto culturale ereditato.

Su queste basi, ha sviluppato una metodologia di ricerca fondata sul metodo morfologico urbano per le aree centrali della città composte da antiche strutture lignee ad alta densità, così come per le storiche città-castello giapponesi (joka-machi, in giapponese) e per il patrimonio storico di Hue, in Vietnam. Egli sostiene che la comprensione del processo di trasformazione morfologica sia essenziale per una progettazione urbana e comunitaria attenta al contesto. Verranno inoltre presentate alcune pratiche contemporanee di progettazione urbana e machizukuri, studiate e sviluppate principalmente dal suo laboratorio, corredate da disegni, mappe e diagrammi illustrativi.

Mezzo secolo di machizukuri guidato dalla comunità. Vivere con le contraddizioni della natura nel mondo dello Shan–Shui*

Questo keynote presenta il machizukuri come un approccio guidato dalla comunità alle pratiche urbane e territoriali, sviluppatosi in Giappone nell’ultimo mezzo secolo e radicato in un’esperienza storica molto più lunga di convivenza con le contraddizioni della natura.

Nel contesto giapponese, la natura è sempre stata intesa sia come fonte di vita — capace di offrire terre fertili, acqua e paesaggi ricchi — sia, talvolta, come fonte di grave pericolo attraverso terremoti, alluvioni e altri disastri. Questa duplice condizione è concettualizzata come il mondo dello shan–shui (montagna–acqua).

Il machizukuri emerse tra la fine degli anni Sessanta e gli anni Settanta, quando le comunità locali reagirono al degrado ambientale, ai rischi di disastro e alla perdita degli ambienti storici causati dalla rapida crescita del dopoguerra e da una riqualificazione orientata unicamente alle funzioni. I sistemi di pianificazione convenzionali, che privilegiavano le infrastrutture e la prevenzione dei disastri trascurando i valori ambientali e culturali legati ai luoghi, si rivelarono insufficienti. In risposta, i residenti svilupparono pratiche sperimentali dal basso, capaci di incarnare la democrazia locale e l’apprendimento collettivo.

Lo sviluppo del machizukuri può essere compreso attraverso tre generazioni. La prima ha posto l’accento sulla partecipazione sperimentale e sulla democrazia di base. La seconda ha ampliato la progettazione collaborativa e la co-creazione tra residenti, professionisti e amministrazioni locali. La terza, segnata in modo decisivo dalla ricostruzione post-disastro successiva al terremoto di Hanshin–Awaji del 1995, ha promosso una gestione comunitaria complessiva attraverso nuove organizzazioni civiche e reti di volontariato, formando un “terzo braccio” oltre lo Stato e il mercato.

Quando il machizukuri è giunto a maturazione — sviluppando sia i propri metodi sia i propri assetti istituzionali — ed era pronto ad affrontare le complesse sfide del XXI secolo, il Giappone si è trovato a fronteggiare il Grande Terremoto del Giappone Orientale del 2011. Questo disastro non solo ha causato un’immensa distruzione materiale, ma ha anche rivelato con maggiore chiarezza le sfide più profonde e sistemiche che la società contemporanea si trova ad affrontare.

Attraverso i processi di machizukuri post-disastro, abbiamo maturato una serie di intuizioni importanti, seppur modeste: come convivere con condizioni naturali sempre più severe, comprese quelle aggravate dal cambiamento climatico; come le comunità possano unirsi nella solidarietà; e come narrazioni condivise della ricostruzione e della vita futura possano permettere alle persone di superare la crisi.

Collocato nei paesaggi shan–shui del Giappone e nella sua stratificata storia urbana, il machizukuri rappresenta uno sforzo continuo per vivere con una natura che è al tempo stesso generosa e, talvolta, pericolosa. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico, dal declino demografico e dalla trasformazione tecnologica, questa keynote sostiene che il machizukuri offra spunti di rilevanza globale sul tema della resilienza, fondati su un apprendimento sociale di lungo periodo e su una coesistenza con la natura radicata nei luoghi.

Shan–shui (letteralmente “montagna–acqua”) è un concetto classico dell’Asia orientale che esprime una comprensione integrata del paesaggio, nella quale montagne, acqua e vita umana sono percepite come un tutto interconnesso. Non si tratta soltanto di una descrizione fisica dello scenario naturale, ma di una visione culturale e filosofica del mondo che sottolinea armonia, flusso e relazione dinamica tra l’insediamento umano e l’ambiente naturale.

Il “mondo Shan-Shui” si riferisce a un ambiente complessivo e integrato, radicato nel margine orientale del continente eurasiatico, dove il clima monsonico caldo e umido alimenta montagne verdi e rigogliose e acque limpide e scorrenti. All’interno di questo contesto naturale, la vita umana — fatta di vita quotidiana, pratiche produttive e tecnologie ambientali che la sostengono in modo durevole — si sviluppa in armonia con la natura. I paesaggi modellati da queste interazioni danno forma a una specifica estetica culturale. Insieme, questi elementi costituiscono un sistema culturale ed ecologico nel quale le persone convivono con la natura attraverso le generazioni. Questo “mondo Shan-Shui” può essere ampiamente inteso come una realizzazione del concetto di “Shan-Shui Ichi-Nyo”, una visione del mondo in cui montagne (shan) e acque (shui), natura e umanità, paesaggio e mezzi di sussistenza non sono separati, ma indivisibilmente uno.

Questo mondo comprende città e villaggi, fiumi e laghi, satoyama (boschi gestiti) e satoumi (beni comuni costieri), formando spazi non solo per l’agricoltura, la silvicoltura e la pesca, ma anche per la creatività intellettuale e l’espressione culturale. In un’epoca che cerca un rinnovato equilibrio con la natura, questo ambiente integrato Shan-Shui offre spunti ricchi e modelli preziosi per forme sostenibili di vita e di costruzione dei luoghi.

Marco Armiero

University of Santiago de Compostela (ES)

Tema della sessione: Climate Crisis,
Humanities and Action

Marco Armiero (nato a Napoli nel 1966) è Research Professor presso la University of Santiago de Compostela, in Spagna. È stato postdoctoral fellow presso Yale University e Stanford, visiting scholar a Berkeley e presso la University of Coimbra (Portogallo), ed è stato destinatario della prestigiosa Barron Visiting Professorship a Princeton (poi rifiutata). Per dieci anni ha diretto il KTH Environmental Humanities Laboratory, contribuendo a farne un centro di riferimento a livello globale per la ricerca e la divulgazione.

Nel 2021, Cambridge University Press ha pubblicato il suo libro Wasteocene: Stories from the Global Dump, che ha dato un contributo significativo al dibattito sull’Antropocene. Il volume è stato tradotto in diverse lingue, tra cui italiano, spagnolo, francese, cinese e bosniaco-croato-serbo, mentre sono in preparazione le edizioni in portoghese e indonesiano.

Con due suoi ex studenti ha inoltre pubblicato la prima storia ambientale del fascismo italiano, successivamente tradotta in inglese da MIT Press e in spagnolo da Comares. Nel 2023 ha pubblicato La tragedia Vajont. Ecologia politica di un disastro (Einaudi), di prossima pubblicazione in inglese presso MIT Press nel 2026.

È editor-in-chief di Resistance: A Journal of Radical Environmental Humanities e senior editor di Capitalism Nature Socialism.

Guerrilla Narrative nelle lotte per la giustizia ambientale

Le ingiustizie ambientali vengono imposte non solo attraverso la violenza materiale delle imprese — spesso con la complicità delle autorità pubbliche — ma anche attraverso forme di violenza narrativa. Con l’espressione infrastruttura narrativa tossica intendo l’insieme di storie, rappresentazioni e cornici discorsive che rendono l’ingiustizia accettabile, normale o persino inevitabile. In questo senso, la tossicità del Wasteocene non colpisce soltanto i corpi, i paesaggi e gli ecosistemi, ma permea anche le narrazioni attraverso cui le persone interpretano e danno senso alle realtà che vivono.

In questo intervento sostengo che le lotte contro l’ingiustizia ambientale siano sempre, allo stesso tempo, lotte per il controllo della produzione narrativa. Nelle zone di sacrificio, le comunità non stanno soltanto resistendo all’espropriazione materiale, ma stanno anche sperimentando ciò che definisco Guerrilla Narrative, cioè un insieme di pratiche narrative insorgenti volte a smascherare, mettere in discussione e, in ultima analisi, sabotare le infrastrutture narrative tossiche. Queste pratiche fanno più che contrastare i racconti dominanti: aprono spazi per modi alternativi di conoscere, ricordare e immaginare, contribuendo così alla formazione di nuove soggettività politiche e identità collettive.